Caratteristiche del romanzo sociale

Il romanzo a sfondo sociale (altrimenti detto semplicemente romanzo sociale) si sviluppa nella prima metà dell'Ottocento ed è un genere di romanzo teso a evidenziare situazioni di sopruso e pregiudizio.
Si offre particolare risalto alla rappresentazione dei costumi della società che fa da sfondo alla vicenda narrata evidenziando, ponendo l'accento sui mali, le ingiustizie, le insopportabili condizioni di vita delle classi più svantaggiate.
Ambientata in un'epoca storica contemporanea a quella dell’autore, la vicenda narrata è per lo più caratterizzata da un intreccio denso di emotività. 

Il romanzo sociale, nato nella prima metà dell’Ottocento con le opere dello scrittore francese Honoré de Balzac, che ne può essere considerato il creatore, e con quelle del famoso scrittore inglese Charles Dickens, ebbe larga diffusione anche nella seconda metà dell’Ottocento con le opere di Emile Zola e nel Novecento, in particolare con i romanzi di Leonardo Sciascia, Pier Paolo Pasolini e Paolo Volponi nei quali affiora chiaramente l’intento di denuncia politica e morale nei confronti di determinati fenomeni sociali.

Che cosa saremmo senza i nostri ricordi?

I nostri ricordi costituiscono la nostra identità.
Le storie vissute diventano ancora più autentiche e nostre quando le ripetiamo a noi stessi, le narriamo emotivamente nel nostro parlato interiore, le metabolizziamo, le custodiamo nell'anima.
L'anima è fatta di narrazioni, come il corpo è fatto di cellule.
Quando la mente si sfrangia, i ricordi si allentano e pian piano ci abbandonano, allora perdiamo l'essenza di noi stessi.

Esternare le emozioni aiuta a rielaborarle

Il processo di verbalizzazione, come il processo di scrittura, racchiude un grande potenziale terapeutico. Mentre scriviamo ci distraiamo dai problemi anche se paradossalmente stiamo parlando proprio di questi. In realtà li vediamo con più distacco e diveniamo più obiettivi nei confronti della realtà e più capaci di intravedere soluzioni.
Narrare, oralmente o attraverso la scrittura, è un balsamo in grado di rasserenare, sia che stiamo trattando cose piacevoli o situazioni di sofferenza.
Attraverso la scrittura, attività che assorbe completamente, sviluppiamo la qualità del coinvolgimento e dell'empatia.
Scrivere con assiduità rafforza la determinazione e la volizione (rappresenta l'opposto dell'apatia) .

Racconti del Sé che narriamo a noi stessi

Una narrazione creatrice del Sé è una specie di atto di bilanciamento. Da una parte deve creare una convinzione di autonomia, persuaderci che abbiamo una nostra volontà, una certa libertà di scelta, un certo grado di possibilità. Dall'altra deve metterci in relazione con un mondo fatto di altre persone – la famiglia e gli amici, le istituzioni, il passato, i gruppi di riferimento –

Ma nell'entrare in relazione con l'alterità è implicito un impegno verso gli altri che limita la nostra autonomia. Sembriamo in capaci di vivere senza entrambe le cose: l'autonomia e l'impegno. E le nostre vite cercano di equilibrarle. E così pure i racconti del Sé che narriamo a noi stessi.
    Jerome Bruner

Mente, cervello e connessioni sinaptiche

Pagine tratte dalla pubblicazione cartacea Vivacemente3.
Intervista al Prof. Marco Sassoè.

La capoeira come esperienza ottimale per il corpo e la mente

Nel 1624, la Compagnia Olandese delle Indie Occidentali attaccò il Brasile portoghese e riuscì a conquistarne alcune zone costiere fondamentali per il commercio.
Approfittando della situazione, migliaia di schiavi africani si ribellarono ai padroni e fuggirono nelle foreste dell’entroterra brasiliano; lì, si organizzarono in villaggi indipendenti, detti “quilombos”. Sapendo di poter trovare rifugio in queste comunità, molti altri schiavi continuavano a fuggire. 
I portoghesi, quindi, si affrettarono a soffocare il fenomeno, ma le loro prime spedizioni fallirono: i fuggitivi, originari di di-sparati gruppi etnici africani, avevano amalgamato le proprie tradizionali forme di combattimento in una lotta tremenda. Un documento del 1624 recita: “Combattono usando calci e testate come fossero veri animali indomabili”. La capoeira era nata.
Per difendere quelle piccole oasi di libertà dei quilombos, generazioni di guerrieri capoeiristi si successero in una resistenza lunga ottant’anni. Poi, inevitabilmente, le armi da fuoco dell’esercito portoghese prevalsero; i ribelli furono uccisi o ricondotti in schiavitù, ed i quilombos, a poco a poco, soccombettero. La capoeira, però, sopravvisse, ed, anzi, si diffuse a macchia d’olio: infatti, i sopravvissuti dei quilombos, venduti come schiavi nelle piantagioni di tutto il Brasile, insegnarono la capoeira ai nuovi compagni, i quali apprendevano con entusiasmo ed ammirazione.
Sradicata, però, dall’originale condizione di libertà di cui godeva nei quilombos, la capoeira si modificò, arricchendosi di una serie di movimenti esornativi, di fatto superflui al combattimento vero e proprio, forse per mistificare la propria natura marziale e confondersi con una danza tribale agli occhi dei bianchi ignari. 
Così, gradualmente, essa si trasformò nel gioco rituale che oggi noi conosciamo. 

Il cervello al lavoro

Quanto e in che modo la professione che svolgiamo riesce a modificare il nostro cervello? 
Affrontiamo questa affascinante tematica col dott. Marco Mozzoni, esperto di neuroscienze cognitive. 
Laureato in Filosofia alla Statale di Milano (1990) e in Neuropsicologia a Pavia (2008), è iscritto all’Ordine dei Giornalisti e all’Ordine degli Psicologi.

All’origine di tutto vi è la colpa. Perché la mela non la si doveva proprio toccare. Da lì in poi, la donna avrebbe partorito con dolore e l’uomo avrebbe dovuto... lavorare! Eh sì, il lavoro ci è toccato come punizione, come punizione per quella colpa originaria. Almeno questo dicono le Scritture. Oggi il lavoro, per chi ce l’ha, occupa la maggior parte del tempo allo stato vigile di una persona e può condizionarne l’esistenza a tutti i livelli, economico, sociale, relazionale, psichico. C’è chi è soddisfatto del proprio lavoro, chi meno, chi per niente. Quest’ultimo la vive così male da rischiare di cadere nel circolo perverso dell’ansia e della depressione, vere e proprie “malattie dell’anima” dei giorni nostri, che, se non trattate, sono capaci di danneggiare le funzioni cognitive e il metabolismo del nostro cervello, in un circolo perverso che sembra non avere fine. 
Ma il lavoro ci modifica sempre, anche se ci piace tanto quello che facciamo. Ci modifica, fisicamente e mentalmente. 
La professione che svolgiamo ci plasma al punto da riuscire a “riorganizzare” profondamente il nostro sistema nervoso, non solo il nostro corpo e le nostre abitudini. 
La cosa più evidente è senza dubbio osservabile a livello fisico: chi non si ricorda la pubblicità della famosa bevanda portata “cassa in spalla” da... un fusto con i muscoli d’acciaio? Del resto, mi si passi il paragone, nel cervello succede proprio quello che succede nei muscoli. Più lo si usa, più funziona. E, come lo si usa, così cambia. Proprio come avviene per l’apparato muscolare, le parti che si vanno plasmando “selettivamente” dipendono dallo specifico “esercizio” praticato con costanza. Chi ha dimestichezza con le palestre sa benissimo che ogni diversa macchina serve per agire su muscoli differenti. Per questo si fa preparare, previa valutazione del proprio stato fisico di ingresso e in funzione degli obiettivi personali, un piano dettagliato di allenamento, dove vengono indicati gli strumenti da utilizzare e i tempi da dedicarvi. 
La corteccia cerebrale è divisa naturalmente in quattro sezioni, chiamate lobi: in estrema sintesi, il lobo frontale gestisce il ragionamento, la pianificazione, la produzione del linguaggio, il movimento, le emozioni e la risoluzione di problemi (“problem solving”); il lobo parietale è associato all’orientamento, alla ricognizione spaziale, alla percezione di stimoli; il lobo temporale è dedicato alla percezione e al riconoscimento di stimoli uditivi, alla memoria e al linguaggio; il lobo occipitale infine all’elaborazione visiva. 

Al momento della nascita siamo dotati di una quantità di neuroni in eccesso. Nello sviluppo, la riduzione dei neuroni avviene parallelamente al consolidamento selettivo e alla stabilizzazione dei “circuiti” che prendono forma fra le cellule nervose, in funzione dell’esperienza che facciamo. Come dire, esiste sì un programma genetico che ci portiamo appresso, ma il ruolo dell’ambiente, cioè delle stimolazioni che il mondo ci offre in continuo, è decisivo nella formazione del nostro cervello, che sta alla base delle nostre diverse capacità di pensare, di emozionarci, di agire. 

Importante ruolo della vitamina D nelle malattie autoimmuni

Soltanto una minima parte della vitamina D si assume con gli alimenti, tutto il resto lo sintetizziamo noi stessi esponendoci alla radiazione solare UV a partire da un precursore presente nell’epidermide, il deidrocolesterolo. Infatti, un importante fattore di rischio di ipovitaminosi D è la ridotta esposizione al sole. Bambini e ragazzi trascorrono troppo tempo in ambienti chiusi svolgendo attività sedentarie.
Basterebbe esporre gambe e braccia tre volte a settimana a mezz’ora di sole oppure tutti i giorni 15 minuti. Un altro fattore responsabile della carenza è l’obesità: la vitamina D è liposolubile e viene catturata nel tessuto adiposo; si rammenta che un terzo della popolazione in età evolutiva in Italia è obeso/sovrappeso. 
Va precisato che sono a maggior rischio i fototipi scuri, con una cute naturalmente più protetta dai raggi. Loro hanno bisogno di una esposizione maggiore. 
Inoltre, l’utilizzo eccessivo e protratto di creme con filtri solari alti riduce drasticamente la sintesi della vitamina D. In tanti casi basterebbe un fattore di protezione medio.
Poi la stagione e la latitudine fanno il resto: d’inverno di vitamina D se ne sintetizza molto poca, per via dell’inclinazione dei raggi solari. Per la stessa ragione più ci si allontana dall’equatore, meno la radiazione UV è efficace. 
Nei primi due anni di vita la vitamina D è fondamentale, oltre che per la sua attività sullo scheletro, anche perché interviene nello sviluppo del sistema immunitario intestinale, proteggendo il bambino dalle allergie. 
È stato osservato infatti che una concentrazione ottimale di vitamina D nell’infanzia si associa alla protezione da diverse malattie: dalle respiratorie, alle autoimmuni come diabete mellito di tipo 1 e morbo di Chron, dalla dermatite atopica alla sclerosi multipla... Il pediatra deve valutare, caso per caso, se è necessario aggiungere vitamina D come supplemento alla dieta.

La vitamina D è fondamentale per prevenire diverse patologie, e può essere impiegata ad alte dosi per curare patologie autoimmuni già conclamate.
Le alte dosi di vitamina d vengono impiegate nel metodo Coimbra per curare la sclerosi multipla, la psoriasi, l'artrite psoriasica, la vitiligine.
Il dott. Cicero Coimbra, che l'ha ideato, è un neurologo brasiliano, professore e ricercatore nell’ambito delle malattie del sistema nervoso e autoimmuni.

Alla base di questo metodo vi è la convinzione da parte del Dott. Coimbra che bassi livelli di vitamina D (colecalciferolo è il nome chimico) che sono dovuti a:
  • scarsa esposizione solare
  • scarsa assunzione di vitamina d con gli alimenti (è presente prevalentemente nel fegato dei pesci, per esempio nell'olio di fegato di merluzzo)
  • alterata attività dell’enzima che determina la sua attivazione
possano determinare l’insorgenza della gran parte delle malattie autoimmuni.

La vitamina D, considerata da Coimbra un vero e proprio ormone, influenza l’espressione di una parte del nostro patrimonio genetico (anche più del 10%) risultando essenziale come agente immunomodulatore e offrendo, a livello del sistema nervoso centrale, un’azione antinfiammatoria e antiproliferativa.
Secondo Coimbra i livelli di vitamina d (100 Unità Internazionali giornaliere) assunti comunemente con una dieta occidentale risultano insufficienti al nostro fabbisogno. In base al protocollo la dose si può estendere fin oltre i 500 UI per kg di peso corporeo al giorno.
In Italia ci sono diversi medici che applicano tale protocollo. Chi è intenzionato a seguirlo deve necessariamente farsi seguire da un medico specializzato, evitando il fai da te, in quanto il sovradosaggio comporta dei rischi specialmente in relazione all'attività renale.

Come e quando è nata la PNEI

Da un punto di vista scientifico le prime conferme sul potere terapeutico delle emozioni positive arrivano, negli anni ‘70, con il caso del giornalista Norman Cousins, colpito nel 1964 alle ossa da una malattia di origine autoimmune (spondilite anchilosante) che gli creò gravi problemi nella deambulazione e in tutti i movimenti. Il giornalista, dopo le terapie somministrategli in ospedale, all’epoca essenzialmente a base di antidolorifici, decise di abbandonare le cure tradizionali e di tentare un approccio del tutto inusuale che prevedeva la somministrazione giornaliera di:
25 grammi al giorno di vitamina C, da assumere mediante flebo
3-4 ore di ilarità con la visione di film comici.
Guarì, inaspettatamente, dopo un anno.

Relazioni fra emozioni, mente e corpo
Dopo la guarigione di Norman Cousins e in particolar modo a partire dagli anni ’70, si portarono avanti molti studi sul rapporto non solo psicologico, ma anche biochimico tra emozioni, mente e corpo.
Questi studi hanno spiegato in maniera più articolata i meccanismi alla base della relazione tra i neurotrasmettitori e i neurorecettori che è stata definita del tipo chiave e serratura. Un sistema di comunicazioni in cui i neuropeptidi “parlano” e i recettori “ascoltano”.
La statunitense Candace Pert, neuroscienziata, biologa e farmacologa di fama internazionale, ritiene che questo sistema di comunicazioni sia fondamentale per la biochimica delle emozioni.
“Quando avremo dimostrato la misura in cui le emozioni (espresse tramite molecole neuropeptidi) influenzano il corpo – dice la studiosa – diventerà chiaro come esse possano rappresentare una chiave per comprendere la malattia”.

La storia dei primi trapianti di cuore

In questo articolo si racconta la storia dei primi trapianti di cuore e dell’Apartheid. 
Questa è la storia del giardiniere-chirurgo che fu il braccio destro di Barnard.
Christiaan Barnard ed Hamilton Naki
La tradizione agiografica attribuisce il primo trapianto di organo umano ai due santi Cosma (o Cosimo) e Damiano, noti anche come santi medici. 
Morirono martiri in Siria nel 303 sotto l’impero di Diocleziano. Erano due gemelli di origine araba, poi medici in Siria. Sono venerati da tutte le Chiese cristiane che ammettono il culto dei santi. Il loro  culto come potenti taumaturghi, iniziò subito dopo la morte. La Chiesa li ha designati Patroni dei medici, dei chirurghi, dei farmacisti, degli ospedali.
Prestavano la loro opera con assoluto disinteresse, senza mai chiedere retribuzione alcuna, né in denaro, né di altro genere, sia dai ricchi, sia dai poveri, in applicazione del precetto evangelico: “Gratis accepistis, gratis date”. 
Uno dei loro più celebri miracoli, tramandati dalla tradizione, fu quello di aver sostituito la gamba ulcerata del diacono Giustiniano con quella di un etiope morto di recente. La Guarigione del diacono Giustiniano è un dipinto di Beato Angelico, conservato nel Museo Nazionale di San Marco a Firenze.
Il diacono Giustiniano aveva una gamba malata, ed una notte gli apparvero in sogno i santi Cosma e Damiano che gli sostituivano la gamba con quella di un uomo morto poco prima, facendo un vero e proprio intervento antesignano del trapianto. Al risveglio si accorse che tutto era vero, solo che la gamba nuova era di un etiope, quindi scura.
18 secoli dopo a Città del Capo in Sud Africa, esattamente il 2 dicembre 1967 in un incidente d’auto perde la vita la signora Myrtle Ann Dervall, mentre la figlia Denise, una ragazza di 25 anni, ha le ore contate, a causa delle ferite riportate. In cura all’Ospedale Groote Schuur c’era un droghiere ebreo di 54 anni, Louis Washkansky, che soffriva di diabete e di un incurabile male cardiaco. Il Prof. Christiaan Barnard parlò con il padre di Denise, che diede il suo consenso all’espianto. 
Il primo trapianto di cuore umano al mondo venne effettuato il 3 dicembre 1967: l’operazione fu condotta da Barnard, assistito dal fratello Marius e un team di una trentina di persone. Dopo 9 ore in sala chirurgica il cuore della defunta Denise viene impiantato nel corpo di Washkansky e funziona regolarmente.
La sensazionale notizia fa il giro del mondo in poche ore: Barnard diventa l’uomo del momento.
Il secondo trapianto di cuore di Barnard avviene il 2 gennaio 1968: il cuore del mulatto Clive Haupt viene trasferito nel corpo del dentista Philip Blaiberg, che sopravviverà 19 mesi. Per questa operazione, aver trapiantato il cuore di un nero in un bianco, Barnard riceve il premio di “Uomo dell’anno” da parte dell’Unione degli Stati Africani.
A Dorothy Fisher fu donato un nuovo cuore nel 1969, facendo così di lei la prima persona di colore a subire il trapianto: visse per 12 anni e mezzo dopo l’operazione.
Queste furono le notizie ufficiali che comparvero sui giornali dell’epoca. Certo dietro il lavoro, l’impegno e l’entusiasmo di Barnard operava una numerosa e qualificata equipe medico-chirurgica. In una fotografia del team scattata allora compariva anche un nero. Eravamo in pieno Apartheid e la presenza di un nero suscitò la curiosità dei giornalisti che interpellarono la Direzione del Groote Schuur. La risposta non si fece attendere: era un addetto alle pulizie che passava da lì casualmente.
Questa era una grande menzogna che nascondeva la più incredibile delle storie umane di sacrificio e di umiliazione di un uomo: Hamilton Naki (26 giugno 1926 – 29 Maggio 2005).

Valentino Bompiani e il valore della lettura


Arricchimento interiore

La scrittura come terapia

Leggere per cercare conferme e rassicurazioni

Leggere: fuga o immersione nella realtà?

Vivien Theodore Thomas, maestro di cardiochirurgia

Vivien Theodore Thomas
Svolgeva il lavoro di un chirurgo specializzato, ma era assunto e pagato come bidello.

Vivien Theodore Thomas (1910–1985) fu un tecnico cardiovascolare (oggi si direbbe di Emodinamica) che sviluppò negli anni ’40 la procedura per il trattamento della “Sindrome del bambino blu”. Faceva parte del gruppo di chirurgia sperimentale del Prof. Alfred Blalock alla Vanderbilt University di Nashville, Tennessee, e più tardi alla più famosa John Hopkins University di Baltimora, Maryland.
Nacque in una cittadina della Louisiana, ancora oggi tra i posti più poveri degli Stati Uniti, nipote di uno schiavo, riuscì a risalire da una situazione di povertà e di razzismo fino a diventare un pioniere della chirurgia cardiaca e un insegnante di tecniche chirurgiche per molti tra i più prominenti chirurghi del suo paese. Vivien fu il primo afro-americano a eseguire un intervento a cuore aperto su un paziente bianco negli USA.

Come sono state sconfitte le infezioni durante gli interventi chirurgici

Dagherrotipo - Riproduzione della scena del primo intervento 
al mondo in anestesia generale, avvenuto presso il 
Massachusset General Hospital di Boston (16-10-1846)
LA LOTTA ALLE INFEZIONI
A metà dell’Ottocento il problema delle infezioni ospedaliere era veramente tragico. Vi erano minori rischi a partorire in casa che in ospedale e si sviluppò, per questo motivo, la tendenza a eseguire operazioni chirurgiche sul tavolo di cucina, dopo avervi attrezzato una sala operatoria. Troppi chirurghi accettavano questa situazione con indolenza, facendosi vanto della propria velocità nell’eseguire interventi. Come si sa i rinnovatori hanno sempre vita dura perché si scontrano contro i poteri basati sull’abitudine dell’ordine costituito.
Ora andiamo in Scozia per conoscere il più grande rinnovatore della Chirurgia, il padre dell’antisepsi, cioè del metodo per combattere lo sviluppo delle infezioni, di cui però non si conoscevano ancora le vere cause. Parliamo di Lord Joseph Lister, (1827 – 1912). Suo padre Joseph J. fu un antesignano dell’uso del microscopio e fu il primo a misurare accuratamente il diametro dei globuli rossi. Nel 1854 Lister divenne primo assistente ed amico del chirurgo James Syme di Edimburgo, considerato allora il miglior chirurgo del Regno Unito. Sposò Agnes, figlia di Syme. Durante il loro viaggio di nozze passarono tre mesi a visitare i principali centri medici in Francia e in Germania: Agnes si innamorò della ricerca medica e visse accanto a lui come ricercatrice per il resto della vita. Lister si ritirò dalla vita professionale dopo la morte della amata  moglie che morì nel 1893 in Italia, durante una delle poche vacanze che si erano concessi.
Quando nel 1843 Lister entrò nell’Università, gli studi della facoltà medica vertevano essenzialmente sulla medicina e pochissimo sulla chirurgia. Ciò rifletteva un secolare divario tra i medici, che erano culturalmente preparati e in grado di emettere giudizi diagnostici e suggerire presidi terapeutici, e i chirurghi, meri esecutori manuali erano considerati “barbieri”. 

I nomi delle emozioni dalla A alla Z

Assegnare il giusto nome a una emozione ci aiuta a comprenderla meglio, a metabolizzarla e superarla evitando che pesi nel nostro passato restando irrisolta.

Nomi di emozioni, dalla A alla Z

A - Ammirazione, Amore, Angoscia, Ansia, Amarezza, Apprensione, Attesa
B - Beatitudine
C - Compassione, Compiacimento, Curiosità, Collera, Costernazione
D - Dolore, Disgusto, Disprezzo, Dubbio, Delusione
E - Estasi, Entusiasmo
F - Frustrazione
G - Gioia, Gratitudine, Gratificazione, Gelosia
I - Ira, Invidia, Inquietudine, Imbarazzo, Inadeguatezza, Insicurezza, Indifferenza, Impazienza
L - Livore, Letizia, Leggerezza
M - Malinconia, Mestizia
N - Noia, Nostalgia
O - Ostinazione, Orgoglio, Odio
P - Paura, Prostrazione, Perdono
R - Rabbia, Rancore, Riconoscenza, Rassegnazione, Rimorso, Rimpianto
S - Sorpresa, Stupore, Sgomento, Soddisfazione, Speranza, Sospensione, Struggimento, Sopraffazione, Stima, Scoraggiamento
T - Terrore, Turbamento
U - Umiliazione
V - Vergogna, Vendetta
Z - Zuzzerellaggine (spensieratezza, svagatezza)

Il bello nel brutto

Trovare una dimensione di armonia e gradevolezza tra cose brutte, ecco il massimo della bellezza.

Rossana d'Ambrosio

Escher - Enigma

Enry Miller, lo scrittore operaio

La vera forza

La perseveranza è la vera forza:
saper attendere anche nel buio senza rabbia e senza ostinazione.

Rossana d'Ambrosio
Quadro di Fabio Sampò

Leggere è come volare

Leggendo un buon libro volerai in alto
per osservare il mondo attraverso una nuova prospettiva.

Escher

Riuso e creatività

Oggi la nuova tendenza è: vivere vintage(1). 
E questa non è soltanto una moda, ma una sana abitudine creativa, la sola che potrà salvarci dall’annegare tra i rifiuti.
Quindi imparate a non gettar via ciò che non ci serve più, ma provate a riadattarlo, ripararlo, modificarlo, reinterpretarlo, personalizzarlo con fantasia e perché no: venderlo!
Impatto: si ridurrà il problema dello smaltimento dei rifiuti e l’impatto sull’ambiente sarà più sostenibile.
Consigli per gli acquisti: non inseguire l’ultimo modello e l’ultima moda, ma provare a personalizzare ciò che abbiamo, per distinguerci e migliorarci!
Lo spreco è diventata la nota più volgare della società dove si preferisce acquistare un nuovo oggetto, piuttosto che riparare ciò che si ha, inseguendo sempre l’ultima novità anche quando questa non lo è affatto (magari è stato rinnovato solo lo spot promozionale).
Al flusso di consumismo continuo e indiscriminato si accompagna un deleterio impatto anche in termini di rifiuti, sempre più ingombranti e difficili da gestire. Ma c’è chi preferisce fare come gli struzzi e non pensare all’ammasso di rifiuti stipati in qualche luogo lontano dagli occhi, senza valutare che prima poi, noi e soprattutto i nostri figli, ne resteremo travolti.

Siamo noi a determinare le nostre esperienze o sono le nostre esperienze a plasmare il nostro cervello?

“In quale misura noi siamo gli autori, i creatori, delle nostre esperienze? Fino a che punto esse sono predeterminate dal cervello o dai sensi che abbiamo in dotazione dalla nascita, e in quale misura, invece, siamo noi stessi a plasmare il nostro cervello attraverso l’esperienza?”
Questo è il grande quesito che si pone Oliver Sacks nel suo libro “L’occhio della mente” di Adelphi (p 271, euro 19).
Attraverso le esperienze di alcuni pazienti che hanno perso la vista, a causa di ictus o di incidenti, Sacks cerca di comprendere come il cervello possa riplasmarsi per supplire alla perdita di questo senso. Restare privati della vista pone un individuo di fronte a un’impresa di vasta proporzione che rischia di sopraffarlo; il vecchio mondo se ne va e occorre riorganizzare la propria realtà e il proprio modo di vivere. 
Ovviamente non tutti reagiscono allo stesso modo e questo varia a seconda dell’età e a seconda delle proprie predisposizioni biologiche. Alcuni sperimentano una graduale perdita delle immagini visive, cosicché pian piano i loro ricordi si sfumano; dimenticano i tratti dei loro famigliari, degli ambienti, dei paesaggi e imparano via via a ricollocarsi sulle percezioni uditive, olfattive e tattili.
Per altri, invece, le immagini mentali del passato e i ricordi visivi restano nitidi e 
aggrapparsi a questi li aiuta molto a inserirsi nel nuovo mondo privo di luce ma nel quale, grazie all’occhio della mente, possono ancora orientarsi con destrezza.
Questo è il caso del paziente Zoltan Torey che, dopo aver perso la vista a 21 anni in un incidente, ha cercato di acuire il suo occhio interiore esercitandosi a trattenere e manipolare le immagini mentali, rafforzando così la sua immaginazione visiva, fino a proiettarsi all’interno di macchine e sistemi anche complessi, per poi riuscire a visualizzare soluzioni, modelli e progetti. Torey era stato in grado di sostituire da solo la grondaia del tetto di casa, destando preoccupazione nei vicini che avevano visto un uomo lavorare al buio su un tetto spiovente. Ma lui era riuscito, nel suo intento, ricostruendo una mappa mentale del luogo e sull’immagine dei pezzi da sostituire che poteva visualizzare perfettamente riallacciandosi ai ricordi custoditi nella sua mente. La capacità che fa appartenere queste persone alla categoria dei “non vedenti visualizzatori” era molto sviluppata in Torey e forse ciò era dovuto al fatto che da ragazzo aveva affiancato il padre nel suo lavoro cinematografico e quindi era abituato a leggere i copioni per poi visualizzare trame e personaggi.
Lo studio di cervelli danneggiati, che in maniera inaspettata riescono a trovare la via di adattamento, ci fa afferrare le inaspettate risorse di un organo straordinario che non finiremo mai di conoscere. 
Rossana d’Ambrosio

Edward Lear, primo scrittore di limerick

Edward Lear (Londra 1812, Sanremo 1888) è considerato il primo vero scrittore di limerick. Dopo un’adolescenza difficile (venti fratelli e un padre in carcere per debiti) Edward Lear ebbe la vita turbata da problemi di salute (era asmatico ed epilettico). Cercò di superare i problemi buttandosi in un lavoro creativo, che gli permise anche di guadagnarsi presto da vivere. Come pittore naturalista si fece apprezzare dal Conte di Derby che lo ospitò nella sua casa, dove iniziò a scrivere i suoi limerick per divertire i figli del conte.
Per raggiungere luoghi con un clima più favorevole per la sua salute, Lear viaggiò molto fino a stabilirsi in Italia nel 1837. Durante i suoi viaggi compose numerosi resoconti illustrati. I suoi limerick, corredati di disegni, sono raccolti nel libro A Book of Nonsense che pubblicò nel 1846 con lo pseudonimo di Derry Down Derry.

Limerick: che cosa è?

Il limerick è breve componimento in rima e può essere considerato una forma di nonsense.
Esso è stato reso famoso da Edward Lear, poeta e scrittore inglese dell’Ottocento.
Un limerick è sempre composto di 5 versi, di cui i primi due e l’ultimo, rimati tra loro, il terzo e il quarto, a loro volta rimati tra loro, secondo lo schema AABBA.
Nel limerick più comune il primo verso deve sempre contenere il protagonista, un aggettivo per lui qualificante e il luogo geografico dove si svolge l’azione, mentre i restanti versi sintetizzano l’aneddoto e nell’ultimo verso viene richiamato il protagonista, per connotarlo meglio.
Ecco un esempio di limerick italiano composto dal celebre poeta Gianni Rodari.
  Una volta un dottore di Ferrara
  Voleva levare le tonsille a una zanzara.
  L'insetto si rivoltò
  E il naso puncicò
  A quel tonsillifico dottore di Ferrara

Cimentarsi nella stesura di nuovi limerick può essere un buon esercizio per tenere attiva la mente, per sorridere e far sorridere.
Provateci, seguendo le istruzioni.
Primo verso: scegliete un personaggio e un luogo.
Secondo verso: citate una caratteristica (pregio o difetto) del personaggio e spiegate che cosa fa.
Terzo e quarto verso: raccontate la situazione.
Quinto verso: riprendete il primo e aggiungete qualcosa di rafforzativo.
Qui di seguito trovate altri esempi.

La terapia del massaggio

Il massaggio rappresenta una preziosa fonte di benessere e rilassamento. Dopo un massaggio ben eseguito l’effetto benefico si fa sentire con una sensazione di leggerezza estremamente piacevole.
I massaggi hanno azioni differenti: destressante, tonificante (pre e post attività fisica per sciogliere o potenziare le fasce muscolari), decontratturante, iper rilassante, energizzante, purificante e svelenente e molto altro ancora.

Origine
Il massaggio è antico come il mondo, è un gesto istintivo, primordiale, e l'uomo ha evoluto questo gesto spontaneo.
Ogni corpo rivela la propria storia attraverso la postura, le tensioni muscolari, i punti maggiormente dolorosi.
Un tempo farsi massaggiare era un appannaggio tipico delle persone ricche ed altolocate, oggi fortunatamente l'uomo impiega maggiori risorse nella cura della propria persona, ed il massaggio è uno splendido metodo per prendersi cura di sè.

Scopi
Gli scopi della terapia di massaggio sono di aiutare il corpo a ripristinare le condizioni di salute e benessere, rilassarsi, allontanare lo stress, migliorare l’aspetto fisico nel caso di massaggio estetico. 

Benefici 
Il massaggio migliora la circolazione, aumenta il flusso di sangue, che porta l’ossigeno ai tessuti del corpo. Questo favorisce l’eliminazione dei residui.
Il massaggio inoltre accelera la guarigione dopo eventi di disturbo, migliora il tono muscolare, la digestione e l’aspetto della pelle.
Costituisce un efficace mezzo per neutralizzare lo stress contrastando tensioni e rigidità che tolgono energia generando nel soggetto un calo del tono fisico e psicologico.
Gli effetti del massaggio sono molteplici, e la sua efficacia si diffonde oltre il punto preciso dove questo viene eseguito.
Può servire per mobilizzare l’energia bloccata quando ad esempio ci accorgiamo di essere molto contratti in tutto il corpo con una respirazione superficiale.

Indicazioni
Il massaggio può essere una terapia di base per svariati disturbi, ma spesso è complementare ad altre terapie; risulta molto utile anche a chi gode di ottima salute.
È indicato in caso di mal di testa, mal di schiena, problemi intestinali o digestivi, ma anche per contratture, distorsioni, stiramenti o slogature; allevia il dolore in casi di reumatismi o gambe pesanti.
Può anche aiutare a ridurre lo strato di grasso superfluo (meglio se associato a una corretta dieta alimentare) e a rendere più tonici i tessuti.

Controindicazioni
Non bisogna massaggiare in caso di un processo infiammatorio in atto; inoltre è sconsigliato massaggiare un soggetto con la febbre.

L'importanza della luce naturale

Tutti gli esseri viventi sono sensibili alla luce. 
Abbiamo bisogno di luce per poterci orientare in un ambiente, per percepirlo e per scoprirlo. Il corretto impiego della luce è alla base del concetto di qualità degli ambienti abitativi, perché condiziona fortemente il benessere delle persone che permangono in essi.
Quando si parla di luce è importante sottolineare come la migliore illuminazione sia quella naturale prodotta gratuitamente dal sole in quanto qualitativamente preferibile a quella artificiale.
L’illuminazione può condizionare i nostri stati d'animo: in un ambiente male illuminato, ovvero con poca luce, non ci sentiamo a nostro agio, mentre in un ambiente ben illuminato ci sentiamo confortati, maggiormente vivi e creativi.
Normalmente un’illuminazione uniforme e monotona tende a generare un ambiente noioso e soporifero, una buona illuminazione produce invece effetti stimolanti e favorisce il lavoro, la socializzazione e la cooperazione. 
Per poter svolgere una qualsiasi attività al chiuso dobbiamo stare quindi attenti ad avere un elevato livello di illuminamento ma non solo: è molto importante anche la qualità della luce e le sue sfumature. 

Terapie dolci per il mal di testa

Incidenza e cause della cefalea.
In Italia più di 6 milioni di persone soffrono di cefalea, soprattutto donne. Si tratta di un disturbo fastidioso, che ha ripercussioni nella vita privata e sociale, con una perdita di centinaia di milioni di ore di lavoro o di studio l’anno.
Si valuta che solo una persona su dieci possa affermare di non avere mai provato il mal di testa nella propria vita.
Il mal di testa è molto studiato, anche se tutt’oggi sussistono diversi aspetti non ancora chiari, sulle cause. 
Si ipotizzano alterazioni di tipo vascolare o nervoso; mentre nelle donne giocano un ruolo fondamentale le variazioni ormonali legate al ciclo mestruale, alla menopausa o all’uso di contraccettivi orali. 
Fra i possibili motivi dell’emicrania, oggi si reputa che vi possano essere anche malattie allergiche (quali asma, rinite o dermatite). Inoltre anche il fumo di sigaro e sigaretta possono essere tra le cause scatenanti anche nel caso di fumo passivo. 
È stato da poco individuato un disturbo chiamato cefalea notturna che riguarda prevalentemente pazienti anziani. 
Esistono anche alimenti in grado di provocare forti attacchi di emicrania in chi è predisposto, come formaggi stagionati, salumi, crostacei, cioccolato, alcolici, prodotti alimentari contenenti glutammato di sodio, perché possono alterare la circolazione. Anche durante l’attività sessuale, con l’aumento della pressione del sangue e conseguentemente alla vasodilatazione, si possono scatenare, in alcuni soggetti, attacchi di cefalea piuttosto intensi.

Ciboterapia: cibo per la cura e la prevenzione

Sempre di più si parla di stile di vita come fattore fondamentale per combattere l’invecchiamento, per restare in forma e per prevenire numerose patologie.
Vi propongo due pagine apparse su Vivacemente3 in cui si parla dello chef Giovanni Allegro e del prof. Franco Berrino, illustre oncologo che si occupa di scienze dell'alimentazione.
Quello che mangiamo è fondamentale anche nella lotta contro il cancro e per scongiurare il pericolo delle recidive.

Ludoterapia: in che cosa consiste e a chi si rivolge?

La ludoterapia, intende conseguire gli obiettivi di equilibrio interiore, superamento degli stati di ansia, miglioramento delle facoltà cognitive, attraverso un percorso che muove i suoi passi nell’ambito del gioco.
Questo approccio rappresenta una modalità in cui l’uso del simbolo grafico e del colore, la manualità, l’uso della parola scritta, il linguaggio verbale e quello corporeo vengono integrati e utilizzati come forme di espressione.
Tale tipo di approccio risulta piacevole e liberatorio; questi aspetti sono facilitanti non solo per i bambini, ma anche per gli adulti soprattutto nella terza età. 
Con la ludoterapia, infatti, gli anziani possono contrastare il declino cognitivo, esprimere le emozioni, alimentare i talenti, valorizzare la creatività.

Rubrica di Storia della medicina

In ricordo del dott. Andrea Coda, grande  medico e grande amico, pubblico sul blog i suoi interessanti articoli di "Storia della Medicina" scritti qualche anno fa per Vivacemente3.
Ciao Andrea, sei sempre nel cuore di chi ti ha voluto bene.
dott. Andrea Coda
specialista in Chirurgia generale e Medicina d'urgenza

Come e quando venne inventata l'anestesia?

Il cavadenti - Tiepolo
La nascita dell’ANESTESIA: la prima rivoluzione in chirurgia

Il controllo del dolore provocato da un atto chirurgico ha limitato per diversi secoli l’attuazione pratica della chirurgia. Molte malattie erano già ben note, ma quasi nessuno si sottoponeva volontariamente al supplizio di un intervento chirurgico senza anestesia.
Dalle nostre letture d’infanzia ricordiamo “Le mie prigioni” di Silvio Pellico (1789-1854), intellettuale piemontese imprigionato dall’Impero Austriaco nella fortezza dello Spielberg  (attuale Repubblica Ceca) solo per aver espresso critiche al governo. Uno degli episodi più toccanti di questo bel libro riguarda la descrizione dell’amputazione della gamba subita da Piero Maroncelli (1795-1846), patriota romagnolo, scrittore e musicista, arrestato insieme a Pellico in una villa sul lago di Como dagli Austriaci nel 1820 per attività sediziosa. Ovviamente l’intervento venne praticato senza anestesia. Al poveretto venne dato un bicchiere di grappa prima dell’intervento e una striscia di cuoio da mordere. Al termine della tortura Maroncelli donò al chirurgo l’unica cosa che possedeva, una rosa, per mostrare la propria gratitudine per la sua rapidità.

Elioterapia o terapia del sole

L’elioterapia è basata sull’azione benefica dei raggi solari sul nostro corpo.
L’importanza dei fattori climatici sulla salute dell’uomo e la possibilità di sfruttarla a scopi terapeutici, venne intravista già da Ippocrate, oltre che da tanti altri scienziati dell’antichità come Plinio il vecchio.
Le radiazioni solari, assorbite con le dovute precauzioni, possono apportare notevoli benefici nell’ambito di diverse patologie.
I raggi infrarossi esercitano la loro azione a livello degli strati superficiali della cute, dove si trasformano in energia calorica. Si deve però prestare attenzione alle intensità elevate, caso in cui possono procurare delle vere e proprie ustioni, con le relative conseguenze. 
Invece, gli ultravioletti (raggi UV) che rappresentano solo il 5% dello spettro solare, penetrando nella profondità dei tessuti fin dentro le cellule, sono responsabili dell’azione stimolante dei processi metabolici.

Che cosa sono gli haiku?

Forse in una primavera della seconda metà del seicento durante “un camminare” il poeta nipponico Bashÿ si fermò a contemplare un ramo di ciliegio fiorito.
Non che non ne avesse mai guardato uno, ma quel giorno la minuta perfezione dei petali fragili, il colore puro sullo sfondo verde di una campagna dai dolci rilievi gli provocarono un’emozione, uno stupore così inatteso e pungente da spingerlo a fermare con la scrittura la percezione di una gioia breve  e intensa, magari anche un po’ dolorosa, come una stilettata che necessitava di un balsamo, una cura.
Forse in quel momento diede alla luce il suo primo haiku .
Forse…

L’haiku è una semplice costruzione poetica, fatta di soli tre versi, ed ha queste caratteristiche:
il primo e il terzo verso sono costituiti da cinque sillabe;
il verso centrale da sette.
il tema ricorrente è la natura nel succedersi delle quattro stagioni e nel suo rivelarsi nella vita di ogni creatura.
lo stile è essenziale e non necessita di ricercatezze lessicali.

Pseudonimi ed eteronimi, che cosa sono

Gli pseudonimi nacquero in tempi antichi dall’esigenza di letterati ed intellettuali di celare la propria identità. La parola deriva dal greco (pseudès = falso, ònoma = nome).
Un particolare tipo di pseudonimo è il nome d’arte, introdotto in tempi moderni per permettere ad artisti e uomini di spettacolo di presentarsi al grande pubblico con un nome più bello o più semplice da ricordare rispetto al nome anagrafico.
Per tutt’altre ragioni, il poeta portoghese Fernando Pessoa inventò gli eteronimi (dal greco: èteros = altro, ònoma = nome), personaggi immaginari a cui Pessoa attribuì alcune delle proprie opere.
Pessoa inventò, inconsapevolmente, il suo primo eteronimo all’età di sei anni, quando, fingendo di essere un tale Chevalier de Pas, scriveva lettere indirizzate a se stesso.
In età matura, recuperò e sistematizzò l’intuizione fantasiosa dell’infanzia: creò vari personaggi (Álvaro de Campos, Ricardo Reis, Alberto Caeiro, Bernardo Soares ed altri di minore rilevanza), ognuno con biografia, personalità, stile di vita e stile letterario propri, ed ognuno differentemente caratterizzato.
Pessoa produceva le sue opere e poteva, di volta in volta, firmarle col proprio nome oppure attribuirle, nella finzione letteraria, a qualche suo eteronimo. 

La terapia occupazionale per la riabilitazione

La terapia occupazionale, detta anche ergoterapia, utilizza il lavoro per riabilitare le persone, anche quelle con disabilità e problemi psichici.
La cosiddetta occupational therapy iniziò a diffondersi largamente negli Stati Uniti verso la fine della prima guerra mondiale, partendo dall’attività svolta dallo psichiatra Philippe Pinel alla fine del 1700 nei manicomi. 
Il primo centro riabilitativo fu quello fondato presso Bicêtre, dove secondo il suo pensiero il lavoro riabilitava le persone. Nel XX secolo si viene a creare la figura del terapista occupazionale.
Nel tentativo di umanizzare la cura dei malati psichici, il lavoro venne utilizzato come strumento terapeutico e tutt’oggi costituisce una delle principali risorse dei programmi di riabilitazione. 
Le basi dell’ergoterapia sono mediche, sociali e pedagogiche. Si applica a persone di tutte le età, le cui capacità d’azione sono calate a causa di malattie, lesioni o varie forme di disabilità. 

Sonnoterapia e campi di applicazione

La terapia del sonno può offrire buoni risultati in situazioni molto diverse tra loro, come le malattie psicosomatiche, gli stati maniacali, l’isteria, le nevrosi(1), la malinconia accompagnata da agitazione, le tossicomanie. In base a ricerche svolte, tendono a migliorare più le nevrosi che le psicosi(2); in particolare sono stati ottenuti risultati positivi intervenendo nei processi nevrotici e psicosomatici durante le crisi di scompenso e nelle nevrosi reattive. 
La scuola di Pavlov(3) applicò la cura del sonno a disturbi come la colite ulcerosa e l’ipertensione arteriosa di origine psicosomatica. Altri studiosi come Charcot(4) pubblicarono lavori scientifici sul potere curativo del sonno ipnotico prolungato: i casi trattati prevedevano un sonno indotto mediante ipnosi e non attraverso farmaci. 
Il sonno prolungato è stato utilizzato anche in tempi più recenti. Lo psichiatra Klaesi(5) si avvalse di questa tecnica per interrompere, in pazienti definiti “psicotici agitati”, il perpetuarsi di un’alternanza di agitazione ed esaurimento.

La psicologia positiva, Seligman

Martin Seligman, New York 1942
Il bisogno di dar vita alla psicologia positiva iniziò a farsi strada dopo la Seconda Guerra mondiale, quando si evidenziò che molte persone, in precedenza fiduciose e di successo, tendevano a divenire sfiduciate e depresse, dopo che la Guerra aveva sottratto loro i sostegni sociali, il lavoro, il denaro e lo status. Tuttavia queste problematiche, che avevano colpito un po’ tutti, non avevano le stesse pesanti ripercussioni su altri individui che, al contrario, mantenevano la loro serenità e il loro equilibrio. Da queste constatazioni nacquero interrogativi e supposizioni circa i punti di forza di chi riusciva a mantenersi forte e stabile.

Secondo il parere di Seligman, le risposte di Freud e di Jung non erano soddisfacenti. I tempi per fondare la psicologia positiva potevano considerarsi maturi.
Lo scopo fondamentale della psicologia positiva è quello di spostare il focus mirato dal riparare unicamente ciò che non funziona al costruire qualità positive orientate al benessere. 

La psicologia positiva si propone di studiare la forza e il talento che ha a che fare con il lavoro, l’educazione, il gioco, l’amore, l’introspezione, la formazione e crescita.
Per fare questo si parte dall’unicità dell’essere umano.
A livello individuale si focalizza sui tratti positivi individuali: le abilità intra e interpersonali, l’empatia, la perseveranza, la saggezza, il talento.
A livello di gruppo si focalizza sull’onestà e senso civico che spingono l’individuo a essere un buon cittadino: la responsabilità, il rispetto, l’altruismo, la civiltà, la moderazione, la tolleranza.


Edonia (Kahneman), Eudaimonia (Ryan, Deci)

Daniel Kahneman, Tel Aviv 1934
Nell’ambito della cosiddetta "Psicologia Postiva" distinguiamo due prospettive filosofiche, che hanno diversi aspetti in comune ma presentano anche sostanziali differenze: la prima è la prospettiva edonica (Kahneman, Diener e Schwarz), la seconda è la prospettiva eudaimonica (Waterman, Ryan e Deci).

Lo psicologo Daniel Kahneman definisce la “psicologia edonica” lo studio di “ciò che rende le esperienze e la vita piacevoli o spiacevoli”. 
Kahneman identifica nella massimizzazione della felicità umana il suo scopo principale e associa il benessere principalmente alla dimensione affettiva e alla soddisfazione di vita.
La prospettiva edonica trova le sue basi filosofiche nella teoria di Aristippo del terzo secolo a.C. che definiva il piacere come bene esclusivo da ricercare, conseguibile attraverso la capacità di mantenere il controllo nelle situazioni avverse, mantenendo un adeguato adattamento ed equilibrio. Lo scopo della vita veniva identificato nella sperimentazione della massima felicità, risultato della somma dei singoli momenti edonici.


Differenza tra paura, angoscia e fobia

La paura si ha in riferimento a qualcosa di concreto e tangibile.
Esempio: ho paura delle vipere quando vado a funghi per i boschi.

L'angoscia è riferita a qualcosa di astratto.
Esempio: sono angosciato dal fatto di non sentirmi ben voluto dai compagni di classe.

La fobia è riferita a qualcosa di concreto, che però in realtà non è così pericoloso, tuttavia provoca un turbamento esagerato nella persona che la prova.
Esempio: la fobia degli insetti o dei ragni; oppure la claustrofobia (paura degli spazi chiusi e angusti come gli ascensori).

Pochi dei nostri processi psicologici sono coscienti; per la maggior parte sono involontari, e l'operato di tali processi è più che mai evidente nei disturbi da ansia e nelle fobie che ci appaiono tanto irragionevoli. I sintomi dell'ansia, dicono gli autori, sono una manifestazione di meccanismi di sopravvivenza guidati dai processi cognitivi. L'elaborazione dell'informazione sensoriale, che aveva per l'individuo una funzione autoprotettiva in circostanze di pericolo, può disattendere i suoi scopi interpretando come pericolosi eventi in realtà innocui. 

Correlazioni tra cervello e intestino nell'autismo

In uno degli ultimi Congressi della SIPNEI il dott. Dario Siniscalco  (Seconda Università di Napoli, dipartimento di Medicina Sperimentale) che si occupa di bambini con autismo, nel suo brillante intervento, ha aperto un varco che offre una concreta speranza a chi soffre di questa patologia. 
Il dott. Siniscalco ha spiegato che si sta facendo sempre più strada la correlazione tra patologie dell'intestino e problematiche relative allo spettro autistico. 
Vediamo come medici e studiosi sono giunti a queste convinzioni, che fino a poco tempo fa erano solo supposizioni.

Innanzi tutto va detto che l'intestino è il primo organo a formarsi. Viene chiamato anche "secondo cervello" per la stretta correlazione con esso.
La superficie della membrana dell'intestino che, se venisse svolta occuperebbe un intero campo da tennis, ha una funzione di barriera. In alcuni casi però questa barriera ha delle falle, e di conseguenza si possono innescare particolari disturbi.
Quando la barriera non funziona come dovrebbe, lascia passare alcuni peptidi che scatenano una risposta anticorpale che poi genera a cascata una serie di eventi infiammatori.
Nella gran parte dei bambini con autismo, si è evidenziata una comorbidità con patologie intestinali, a causa di questa barriera che risulta alterata.

Intervenendo sulla alimentazione, prescrivendo a questi bambini una dieta senza glutine e senza caseina, sono scomparsi i problemi intestinali e via via si è attenuata anche la sintomatologia portata dall'autismo, con netti miglioramenti sugli aspetti cognitivi e comportamentali.
Questi miglioramenti si sono avuti su circa l'80% dei bambini presi in esame. Più si interviene in età precoce e migliori sono le possibilità di recupero.
Per comprendere il problema è importante fare altre considerazioni.

I bambini con autismo oggi in Italia sono 1 su 150 bambini neurotipici. 
In America il rapporto è di 1 su 68.
La crescita è senza dubbio esponenziale e se non si riuscirà a intervenire presto le cose peggioreranno ulteriormente.


Patch Adams e la clownterapia

Il medico Patch Adams sposò l’idea di poter aiutare i pazienti con le risate e portò i clown in corsia per affiancare alle classiche cure, la clownterapia. Ecco che la terapia del sorriso entra a far parte delle terapie dolci, confermandoci il vecchio proverbio “il riso fa buon sangue”.

La risata rappresenta da sempre una forma di difesa, spesso inconsapevole, per superare la drammaticità di certe situazioni e scongiurare complicazioni psico-fisiche. 

Molte persone reagiscono a situazioni tristi e difficili, ridendo in modo apparentemente ingiustificato, ma questo rappresenta in certi casi una modalità per ristabilire nel cervello una condizione biochimica necessaria al mantenimento delle funzionalità fisiche, quindi è un modo alternativo per ripristinare nel corpo una sorta di equilibrio reagendo al dolore con risate che agli occhi degli altri potrebbero risultare fuori luogo. 

Un genitore che conoscere le problematiche del figlio e un insegnante preparato sapranno valutare e comprendere quando si verificano situazioni in cui i bambini reagiscono allo stress o alla tristezza con risate nervose, necessarie al loro corpo per ripristinare i livelli di endorfina.

Le esperienze ottimali e il potere della gratificazione

Illustrazione di Pucci Violi
Le esperienze eudaimoniche, esperienze vissute in sintonia con la propria natura dette anche flow, esternando i propri talenti, conducono gli individui che le vivono lungo un percorso di crescita benefico, arricchente, appagante. Per questo motivo tali esperienze sono definite “esperienze ottimali”, proprio perché in grado di infondere benessere sia a livello psicologico che fisico.
Provate a pensare a pittori, scrittori, musicisti che riescono a dare il meglio di loro stessi traendo da questo una profonda gratificazione, paragonabile a uno stato di estasi.
Certamente non è necessario essere artisti a grandi livelli, ognuno di noi può trarre grandi soddisfazini e gratificazioni appassionandosi al proprio lavoro o a un hobby per il quale si prova una particolare attrattiva e si intuisce una buona predisposizione.
Anche i bambini possono provare le esperienze ottimali, nello sport, nel disegno, coltivando le loro abilità in maniera creativa.
Bisogna tenere presente che un'esperienza per essere definita ottimale, quindi in grado di apportare un beneficio psicofisico, deve essere coinvolgente a livello profondo.
Un’attività che piace solo in parte, che diventa ripetitiva e poi ossessiva, o che annoia, non è certo una esperienza ottimale.
Un’attività che inizialmente piace e non annoia, ma per la quale non si è predisposti, potrebbe richiedere un livello di sforzo esagerato e finirebbe col generare ansia.

Quindi bisogna che il livello di coinvolgimento sia alto, che ci sia una buona predisposizione di fondo (talento) in modo che non vengano richiesti livelli di sforzo eccessivi e che si possano raggiungere buoni risultati senza una fatica stremante. 
L’ansia e la noia sono sempre da evitare.
Un buon impegno che porta al miglioramento delle capacità in maniera serena possono garantire il raggiungimento di esperienze ottimali che sono un vero toccasana non solo per lo spirito, ma anche per il fisico in quanto è scientificamente dimostrato attraverso gli studi della PNEI (psisco-neuro-endocrino-immunologia) che le esperienze eudaimoniche abbassano i livelli di cortisolo nel nostro organismo e ci mettono al riparo da malattie fisiche e dalla depressione.
Le persone che hanno un maggiore benessere psicofisico, anche grazie ad eventi positivi, manifestano una maggiore attivazione del corpo striato e della corteccia prefrontale, e anche minori livelli di cortisolo.
Il corpo striato e la corteccia prefrontale sono elementi del circuito dopaminergico della ricompensa in cui la dopamina è il neurotrasmettitore principale alla base di questa rete neurale. 
Una buona attivazione del circuito della ricompensa, in risposta a eventi positivi, risulta alla base del benessere e della regolazione adattiva dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene.
Le esperienze ottimali, definite nel mondo anglosassone Optimal experiences o più sinteticamente flow per indicare la profusione dell’impegno e delle abilità che come un fiume in piena sono capaci di liberarsi, quando una persona è immersa in un flusso creativo, durante il quale non si avverte stanchezza, sotto l’effetto della ricompensa con la gratificazione.

© Rossana d'Ambrosio

Vivacemente3

Questo Blog fa riferimento a Vivacemente3, periodico cartaceo sui temi: salute e benessere, mente e cervello, creatività e scrittura

Grafologia: interpretare la scrittura per capire noi stessi e gli altri

I segni della scrittura, se giustamente interpretati, possono aiutarci a capire meglio il carattere di una persona ed il suo stato d’animo. 
La dottrina che studia i segni della scrittura si chiama “grafologia”.
Scrivete alcune righe su un foglio bianco, usando una penna stilo o una sfera e poi firmate. Osservate attentamente la scrittura, prendendo in esame le caratteristiche qui presentate. Potete fare questo test su voi stessi o sui vostri amici. 

La pressione scrittoria, indica l’energia vitale. Una persona depressa e angosciata, avrà un segno debole, incerto, poco marcato (esempio 1). Al contrario una persona entusiasta e vitale avrà un tratto fermo con una certa pressione sul foglio che potrà lasciare un lieve segno nei fogli sottostanti.

La dimensione della scrittura detta “calibro della scrittura” indica la padronanza di se stessi. Una persona insicura e timida avrà un calibro di scrittura piccolo. Il calibro medio indica il giusto equilibrio, mentre un calibro eccessivamente grande (6mm per l’adulto) può indicare  un complesso di superiorità (magari conseguente a un complesso di inferiorità).
Una grafia tondeggiante indica estroversione ed apertura verso il prossimo. Una grafia eccessivamente angolosa e appuntita può indicare rigidità e durezza.

L’andamento ascendente della riga (la scrittura che tende a salire nel foglio come nell’esempio 2) indica ottimismo; mentre l’andamento discendente indica generalmente tendenza al pessimismo e alla depressione (esempio 1). Questo vale per le persone che hanno già acquisito una certa padronanza nello scrivere e non per i bambini sotto i dieci anni.